LE PAROLE AL PARI DEGLI ANGELI, SONO FORZE DOTATE DI POTERI OCCULTI SU DI NOI. SONO PRESENZE PERSONALI CORREDATE DI INTERE MITOLOGIE.. E DEI LORO EFFETTI MONITORI, BLASFEMI, CREATIVI E DISTRUTTIVI. (JAMES HILLMAN)
Questa è una pagina scritta tanto tempo fa. L'ho ripresa in mano ieri, quando una persona, quasi per gioco, mi ha detto : " Disegna un albero". E mi ha ricordato nei minimi particolari un'antica, insolita, ma costruttiva avventura, cominciata così :
I DUE DISEGNI
La porta si scostò lentamente e senza rumore alcuno.
Se non fosse stato per lo spostamento d'aria conseguente e per il fatto che la stava aspettando, non se ne sarebbe assolutamente reso conto.
Lei entrò a testa bassa, ma con movimenti più che certi, quasi sapesse già la collocazione che le sarebbe stata assegnata in quella stanza.
- Ciao. Siediti. -
Fu costretto ad anticipare lui per poter riprendere il comando della situazione.
Lei rispose all'ordine o all'invito quale che fosse. E lo avrebbe fatto comunque. Ma non rispose al saluto.
Lui non la guardò neppure per non imbarazzarla o indispettirla rispettando inoltre, così, le gestuali delimitazioni di lei.
Esordì perciò, imponendosi distacco ed essenzialità:
- Hai dei fogli davanti. Disegna la tua famiglia. Io non ti guardo. Faccio altro. -
Finì la frase con una rassicurazione per farle capire che accettava le distanze che lei aveva posto, che le lasciava le redini. Così facendo le concedeva spazio ulteriore nel tentativo di avvicinarla, conscio, in virtù dell'attimo precedente, di quanto il baratro tra la sua scrivania e la poltrona dove lei sedeva fosse profondo.
- Ora, su di un altro foglio traccia un albero. -
E di nuovo volutamente volse lo sguardo altrove per non invaderla.
- Se hai finito, puoi uscire. -
Lei lasciò cadere la matita che teneva ancora in mano con gesto significativo e spinse la poltrona all'indietro facendola strisciare con forza sul pavimento per metterlo a conoscenza del suo disappunto riguardo alla situazione. Per finire uscì con passo deciso, ma non di fretta, anzi molto lentamente, senza però degnarlo di un commiato nè verbale nè visivo. Ma lui anche questo aveva previsto. Come l'immediato poi. Quando lei sbattè la porta facendo sì che ogni oggetto poco stabile della stanza tremasse o tintinnasse.
Ora. E solo. Si passò la mano tra i capelli grigi, giù verso la nuca e si alzò pensieroso con la mente rivolta ancora su se stessa a recuperare le immagini appena passate di lì, ogni gesto di lei, per non perderne neppure la più piccola traccia.
Poi sollevò i disegni dal bracciolo della poltrona.
Il primo foglio era completamente bianco.
Sul secondo con tratto marcato e nervoso si riconosceva stilizzato un albero spoglio e contorto e su di esso, accovacciata tra i rami, una figura nuda di donna con l'ovale del viso svuotato dai lineamenti, ma con i capelli che scendevano giù folti e fluenti fino a mescolarsi alle radici dell'albero stesso, lasciate per metà scoperte, sopra la linea di terra. Quest'ultima, segnata con tratto netto, tagliava la carta del foglio e le radici che proseguivano sotto di essa, finivano dove il margine della carta aveva termine. Perciò, inequivocabilmente sarebbero andate oltre. Le unghie di mani e piedi della figura disegnata apparivano lunghe e affilate e il tratto della matita era stato calcato sopra di esse, di nuovo, a voler forare la carta in ognuno dei dieci punti dove erano posizionate.
Nei suoi quasi quaranta anni di professione, una delle tecniche di primo approccio con bambini e adolescenti era proprio questa: quella dei due disegni. L'aveva adottata milioni di volte. E, sempre, una chiave di prima lettura era sopraggiunta a illuminarlo.
Certo: Il foglio lasciato in bianco, la famiglia di lei, era quasi di ovvia interpretazione, ma, visto che l'albero, il secondo disegno da lui richiesto, aveva un circuito contorto, collegato radicalmente e volutamente al primo tema, il significato interpretabile dell'insieme perdeva senso ed era come un punto e a capo.
Si rendeva conto che era stata lei, razionalmente, anche se priva della metodologia del linguaggio da lui adottato, a depistarlo e raggirarlo. Disarmandolo.
Ma non era il risultato ora a lasciarlo stupito, quasi frastornato, nonchè privo di interpretazioni possibili.
Era il fatto in sè. Non si capacitava del mezzo. Di come, lei, avesse potuto riuscirci.
Guardò fuori dalla finestra e: Lì, la vide.
Stava salendo sull'auto di sua madre. E prima di farlo, girò di scatto di trecentosessanta gradi su se stessa e si fermò un istante in un sorriso triste, burlone e al contempo sarcastico, rivolto alla finestra del suo studio, quasi l'avesse visto. Lì. Dietro la tenda, ad osservarla.
- Il che.. era impossibile -
Nell'immediato pensò.
Ma l'impulso susseguente fu di scostarsi.
E fu.. In quel suo stesso gesto, in quella sua reazione istintiva che, per la prima volta, dopo quasi quarant' anni di professione, si scoprì nudo e impotente, al tempo stesso e fin dal primo istante, di fronte a una sua paziente.
O forse. Chissà..
Percepì soltanto lei.
Ma inverosimilmente forte.
.. A te che dall'alto, e ancora, dall'alto della tua conoscenza e della tua professionalità, ti sei abbassato e avvicinato un istante per dirmi, alla fine : "Grazie, davvero di cuore, anche da te ho imparato qualcosa"..
A volte mi manchi proprio quando ci sei
L’assenza è già vuoto. Nessuna nostalgia di presenza nel niente.
photo by kate
A volte mi manchi anche quando ci sei
La tua assente presenza è il mio peso. Assurdo rimpianto di assenza del niente.
PRO-T-AGONISTA
Sai quanto conta un sorriso sincero, così distante dal sollevarsi qualunque dei due angoli di una qualsiasi bocca.
Conosci il calore di certi grazie che a tutti quelli di convenienza o gentilezza, a volte, dimentichi quasi di rispondere.
Non ha valore per te l’approvazione diretta dovuta e non, ma conta quella che carpisci nei discorsi ai quali non partecipi e che ti arriva per caso o per sentito dire.
Una pacca sulla spalla, una stretta al braccio sinistro o destro, una carezza fugace e istintiva, una stretta di mano sciolta: spesso sono in grado di infastidirti. Non chiedi mai nulla e non ti aspetti gratificazioni. Accetti le critiche senza scalfirti quanto sono i complimenti a indebolirti. Perdoni l’ottusità e l’apparenza. Sorvoli sulle mancanze.
Eviti volutamente di essere il centro dell’attenzione anche quando il merito di qualcosa è indiscutibilmente tuo.

Sei consapevole, in ogni caso, che è più soddisfacente osservarla da fuori una bella scena, al pari di un’opera d’arte riuscita, e godersi l’onore di esserne l’artefice in cuore senza diventarne protagonista nei gesti, agli occhi e alla mente altrui. Ruolo d’immagine che uccide ruolo. Troppo impegnativo, uguale, a dispersivo. Troppo alto il prezzo. Corre rischio di perdere senso il vero senso. La tua motivazione di base. Quella profonda. L’anima, che tu chiami bianca.
Credi che sia più giusto e sano essere spettatore di sé al pari degli altri, anziché interprete.
Un sé riuscito che sta in silenzio, senza bisogno di applausi che compiaciuto dirige altrove, osservandosi, con occhio critico, dalla platea.